A casa ognuno ha il suo compito, e tutti i giorni a qualcuno tocca di andare a prendere l’acqua al pozzo per lavarsi e per cucinare.

La prima volta mi avventurai in cerca del pozzo (le indicazioni erano sul tipo "è di là, tanto lo trovi") voglioso di provare a portare il secchio sulla testa da buon africano.

Dopo i primi metri lungo uno dei tanti sentieri che portano al pozzo cominciai a essere avvistato da un numero imprecisato di risolini nascosti, che piano piano si rivelarono essere una quindicina di bambini di tutte le età, ognuno con un qualche tipo di recipiente di tutte le fogge e dimensioni.

Scherzando con loro arrivai al pozzo dove, preannunciati da un altro scoppio di risa, trovai dei bambini che pompavano l’acqua saltellando su e giù per vincere la resistenza della pompa col loro "peso".

Immediatamente cercarono di prendermi i secchi per sciacquarli e riempirli, ma io rifiutai fermamente, quasi offeso dal loro lavoro, convinto che i bambini dovessero giocare e studiare, di certo non lavorare al posto mio!

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Guardandoli ridere e correre intorno, con il tempo mi sono accorto che in fondo per loro anche quello era gioco, era stare insieme agli altri bambini, era tempo impiegato a svolgere un compito per la famiglia ma era anche tempo per loro; in più ognuno aveva un recipiente adeguato, dal flacone da detersivo per i più piccoli al secchio da quindici litri portato sulla testa dai più grandi, per fare la loro parte per il bene della famiglia nel modo più adatto alla proprie capacità.

Andare al pozzo da allora mi è sempre piaciuto, per portare l’acqua alla mia famiglia e per poter finalmente tornare a giocare, bambino tra i bambini. L’unico inconveniente è che non sono mai riuscito a tornare a casa senza rovesciarmi almeno metà secchio addosso!

 

Duccio Masare