Quando sono partito per la prima volta con il Gruppo Rafiki era la anche la mia prima volta in Africa. Esattamente non sapevo cosa aspettarmi di preciso da quella esperienza. Avevo immaginato e allo stesso tempo fantasticato molto sui racconti degli amici che erano già stati a Haubi ma restava comunque un alone di mistero e curiosità che rendeva il viaggio ancora più interessante.

L’arrivo a Dar Es Salaam, i pochi giorni, frenetici, trascorsi lì e poi il lungo viaggio dalla capitale economica della Tanzania verso Haubi. Prime tappe di un’esperienza indelebile. La prima parte, fino a Dodoma, in pullman con tutti gli altri Rafiki; la seconda letteralmente sopra il camion del Gruppo, riempito di materiale da portare al villaggio, insieme ai muratori ingaggiati per proseguire i lavori a casa Rafiki e alcuni altri ragazzi dell’associazione, sia italiani che tanzaniani.

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Il viaggio fu a tratti un po’ scomodo ma allo stesso tempo indimenticabile: così come le soste nei piccoli villaggi lungo la strada principale, come Haneti, il primo tramonto africano visto sopra una natura sconfinata e selvaggia restano emozioni fortissime che porto ancora dentro, a distanza di anni dal mio primo viaggio. Fino all’arrivo, nottetempo, a Haubi e la calorosa accoglienza, nonostante l’ora, di Mama Bona e della famiglia di Mzee Matei.

Fu solo l’inizio di una ventina di giorni, quelli totali passati nel villaggio, indimenticabili, tra visite nelle scuole, balli e danze locali, battesimo warangi e gli appuntamenti nelle varie comunità. Al ritorno in Italia una strana sensazione prevalse pesantemente dentro di me.

Senza rendermene conto avevo ‘contratto’ il celebre mal d’Africa che, per fortuna, non mi ha più abbandonato.

 

Guido Mnyanke